
Noi, figli del post terremoto dell'80, costretti a fuggire da una terra ancora precaria
· Piera Vincenti
Attualità
23 novembre 1980. Ancora non c’ero quando, quella tragica notte, la terra tremò. Non sono scappata in strada dopo aver afferrato soltanto un cappotto per ripararmi dal freddo di una sera quasi invernale, non mi sono mischiata alla folla di gente che fuggiva lasciandosi dietro la sua vita, non ho visto la mia casa crollare, né sentito le urla disperate di chi è rimasto sepolto sotto le macerie o di chi ha perso moglie, marito, genitori, figli. Non ho vissuto niente di tutto questo, eppure il terremoto in Irpinia ha segnato la mia vita. Sono nata tre anni e mezzo dopo in un paesino che si stava ancora rialzando. Ovunque c’erano abitazioni fatiscenti e voragini laddove gli edifici erano crollati. L’intero paese era un cantiere e molta gente viveva nei prefabbricati perché la loro casa non era stata ancora ricostruita. Anche io, che ho iniziato le elementari nel 1990, non ho avuto l’onore di frequentare una vera scuola se non un anno più tardi, nel 1991, quando abbiamo abbandonato la costruzione di lamiere che ci ospitava per trasferirci in un edificio di mattoni, caldo e accogliente. Ci sono voluti anni prima che la mia terra, la verde Irpinia, tornasse alla normalità, che gli edifici fossero ricostruiti o ristrutturati e che ognuno avesse di nuovo una vera casa. Ancora oggi, a distanza 39 anni, non è infrequente imbattersi in edifici terremotati, lasciati lì a marcire o ancora in fase di ricostruzione. Tanti in questo giorno ricorderanno la tragedia che nel 1980 ha scosso l’Irpinia, pochi faranno una riflessione seria e costruttiva su ciò che ancora non funziona e su ciò che c’è da fare per invertire la rotta. Questa ricorrenza continuerà a rimanere un ricordo sterile finché non rappresenterà un’assunzione di responsabilità da parte di istituzioni e cittadini, per dare un futuro a una provincia in cui molti vivono ancora da terremotati, precari in una terra precaria che conta un elevatissimo tasso di emigrazione. Una terra incapace di proteggere i suoi figli, di dargli lavoro e quella stabilità a cui anelano, di offrirgli un motivo per restare anziché spingerli a fuggire in cerca di una vita migliore, in una sorta di esilio volontario. Il ricordo del terremoto deve spingere tutti e chiedersi cosa possiamo fare per riedificare il cuore della nostra Irpinia, un po’ meno verde ogni anno che passa, a come far risorgere dalle macerie la coscienza civica, la partecipazione alla vita pubblica e politica, la volontà di dare un futuro a questa terra e ai suoi figli affinché nessuno sia costretto a cercare la felicità altrove ma la trovi ai piedi di queste belle montagne che ci circondano.
