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La testimonianza di Michela Lepore: "Inglesi superficiali e senza controllo. Ora hanno paura del Coronavirus"

La testimonianza di Michela Lepore: "Inglesi superficiali e senza controllo. Ora hanno paura del Coronavirus"

· Redazione AV LIVE

Nel giorno in cui il Premier britannico, Boris Johnson, ha annunciato di essere risultato positivo al Covid-19, ci arriva la lunga testimonianza di Michela Lepore, che ha vissuto per tre anni a Worthing-West Sussex in Inghilterra e ci ha raccontato l'allucinante disavventura con la Sanità inglese prima del ritorno Deliceto, in provincia di Foggia. Febbre alta, paura di contagio da Coronavirus, un paramedico bugiardo e controlli zero in un'Inghilterra superficiale e disattenta che soltanto ora comincia ad avere paura. "Il post di Michela Cipolletta è uno di quelli che fa riflettere, un'occhiata di quelli che ti lascia un po’ a bocca aperta e il primo pensiero che sorge è: “aspè ma forse l’Italia non fa così schifo”. Mi chiamo Michela anch’io, ho 28 anni e per 3 anni ho vissuto a Worthing- West Sussex - scrive Michela Leone -. Esattamente quattro settimane fa ho avuto la febbre molto alta e con tanto di tachipirina appena presa mi è schizzata a 39.5. Ero sola in casa e le notizie di una Lombardia piegata dal virus iniziavano a farsi sentire in maniera incalzante. Ho deciso di chiamare il numero di emergenza, spiegando i miei sintomi: febbre alta, tosse, dolore alle ossa aggiungendo che 2 anni fa avevo avuto un problema al cuore e che lavorando in una scuola internazionale ero stata a contatto con studenti da tutto il mondo: colombiani, coreani, thailandesi ed anche milanesi. Dopo un’ora arriva il paramedico, tutto bardato entra nella mia stanza ed inizia a farmi una normale visita: pressione del sangue, temperatura, glicemia. Resta in casa più di un’ora. Al telefono lo sento discutere con i suoi colleghi dicendo che i sintomi c’erano tutti. Nel frattempo mi arriva una chiamata da una mia collega: 4 dei nostri studenti italiani avevano la febbre a 40. A quanto mi riferiva, loro erano stati più sfortunati: l’ambulanza non è mai arrivata e dopo l’ennesima chiamata al numero d’emergenza, hanno loro consigliato di recarsi presso il pronto soccorso. Arrivati lì 4 ragazzini minorenni con una febbre da cavallo, sono stati sbattuti fuori dalla porta e prima che venissero accolti nei tendoni adibiti ai test del virus, sono stati lasciati al freddo per più di mezzora. Ero allibita. Continuavo a sentire il paramedico parlare al telefono. Appena riattacca, gli riporto la notizia degli studenti e lì inizia un’altra serie di chiamate. Dopo una buona mezz'ora, torna da me dicendomi che i ragazzini erano risultati negativi e che per quanto li riguardava non mi avrebbero fatto il tampone- NHS faceva i tamponi soltanto a chi mostrava sintomi ed era stato a contatto con qualcuno risultato positivo. Come potevo sapere se uno dei tanti studenti a cui ho dato il benvenuto poteva essere positivo, magari era asintomatico. Prima di lasciare casa il paramedico mi ha detto che potevo riprendere la mia vita come sempre e che un party mi avrebbe fatto bene. L a sera stessa, la mia collega mi informa che a quei quattro ragazzini il tampone non è mai stato fatto. Il paramedico mi aveva mentito. Perché mi chiedevo? Ad oggi ho tante possibili risposte, nessuna delle quali è però una giustificazione a cotanta leggerezza". Il ritorno alla normalità di Michela Lepore si è scontrato con la realtà di un'Inghilterra disattenta e spocchiosa, che ha fatto finta di niente e non ha avvertito ancora il pericolo del Coronavirus. "Dopo due settimane di malattia, una settimana di antibiotici (eh si avevo dolore al petto una tosse esagerata -il dottore mi ha detto che avevo un’infezione alle vie aeree - torno a lavoro, debole e con i miei colleghi che mi dicono di essere esagerata - scrive Michela nella sua lettera -. Qualcuno addirittura miritiene germofobica! Intanto la vita va avanti, a lavoro gli arrivi internazionali calano e gli Inglesi iniziano a percepire che forse qualcosa non va. Ma la loro preoccupazione non si manifesta in misure preventive, come l’uso di mascherine o guanti, bensì nella corsa ai supermercati. Supermercati che recentemente hanno imposto l’obbligo di acquistare 1 pacco di pasta, 1 lattina di pomodori e 1 pacco di carne. Come può una famiglia di 4/5 persone campare così? Impossibile. E così inizia il via ai pellegrinaggi verso tutti i supermercati della città con più membri della famiglia possibile. Ma dopo le 10 del mattino gli scaffali sono vuoti, soprattutto quelli dei supermercati più economici. E così la gente gira, gira, senza mascherine, senza guanti, con la prole a seguito e le file sono interminabili. Non c’è latte, pane, pasta, carne, carta igienica e per noi lavoratori che riusciamo ad andare al supermercato alle 5 del pomeriggio c’è ben poco, a volte anche porte chiuse perché non c’è più nulla. Anche gli scaffali degli alcolici sono quasi completamente vuoti. Eh già perché mentre sei in fila alla cassa, senti persone che si chiedono come faranno con i bambini a casa tutto il giorno o come passeranno le lunghe giornate. E la risposta a tutto ciò è l’alcool! Ma non finisce qui. La settimana scorsa, ero in cerca di un po’ di tachipirina. Al contrario dell’Italia il paracetamolo è facilissimo da trovare in qualsiasi negozio ed è super economico (parliamo di circa 50 centesimi di euro). Alle 9 del mattino tutti i supermercati lo avevano già finito e decido cosi’ di andare in farmacia. Dinanzi a me una lunghissima fila di persone in attesa che le porte si aprissero. Dopo pochi secondi vedo che la fila di disfa, incuriosita e sentendomi per una volta un po’ fortunata, mi avvicino alla porta d’ingresso: 9:15 del mattino la farmacia, tramite un comunicato stampato pochi secondi prima, dice di non avere paracetamolo, termometri, analgesici per la gola e altri prodotti. Ora io mi chiedo, ma come diavolo è possibile che una farmacia non abbia questi prodotti ancora prima di aprire? Se qualcuno sta davvero male come fa? Se la febbre si alza e non la si può neanche misurare, come si fa? Vogliamo forse parlare degli infermieri e del personale sanitario? Nel Regno Unito gli infermieri entrano ed escono dall’ospedale con le loro divise. Si alzano al mattino, escono, prendono mezzi pubblici ed entrano a lavoro con la loro divisa già addosso. Lo stesso accade alla fine della giornata lavorativa. Escono dall’ospedale, prendono mezzi pubblici, vanno a fare la spesa e a prendersi un caffè. Inevitabilmente quello che c’è fuori, viene portato dentro, e quello che c’è dentro viene portato fuori. E poi l’ultima chicca. Tre giorni fa, rientro in Italia. Ero agitata, nervosa, felice ma allo stesso tempo triste, perché sapevo che dopo mesi di lontananza dalla mia famiglia, avrei dovuto svolgere la quarantena lontano da loro, sola per non mettere in pericolo nessuno. Arrivata in aeroporto, mi “rallegra” vedere che il 70% dei viaggiatori hanno guanti e mascherine, alcuni anche tutoni protettivi. Poi mi reco all’interno e lì mi cascano le braccia: nessuno, ma proprio nessuno del personale dell’aeroporto aveva guanti o mascherine. Tutti ridono, stanno ammucchiati e ci guardano come degli alieni, pensando che siamo esagerati. E lì veramente ti rendi conto di quanto informazione, raccomandazioni e la nostra testimonianza siano inutili, una battaglia persa ancor prima di iniziarla. E come dice Michela, se prima ti ci arrabbiavi e cercavi di spiegare loro qualsiasi cosa, ora non lo fai più". E poi un messaggio agli inglesi che soltanto negli ultimi giorni stanno prendendo le misure per fronteggiare il Covid-19. "Vorrei che potessero vedere quello che succede qui, senza che però soffrano come sta soffrendo il nostro popolo, perché questo non va augurato a nessuno. Vorrei che si stringesse loro il cuore quanto ha stretto a me la chiamata di mio fratello: " Michè, è un mese che non do un bacio a mamma. Lo vorrei tanto fare. Siamo nella stessa casa e dobbiamo mandarceli da lontano. Non vedo l’ora di abbracciarla". Mia madre è un’infermiera e deve mantenere le dovute distanze anche con la famiglia".

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