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Se una piccola città si trasforma in teatro di sangue

Due fatti di sangue hanno sconvolto Avellino nell’ultima settimana. Una figlia, che con la complicità del fidanzato, organizza l’omicidio del proprio padre. Un marito che, dopo una vita insieme, soffoca la moglie con un cuscino.

Increduli e attoniti, gli avellinesi non possono non chiedersi cosa stia accadendo in quella che da sempre è stata una “città tranquilla” in cui, a parte qualche lite tra ragazzi sotto i platani, non è mai successo nulla di veramente eclatante. Nulla che meritasse l’attenzione dei media nazionali.

Invece, per due volte in dieci giorni, il capoluogo irpino è giunto alla ribalta delle cronache nazionali per vicende efferate che si sono consumate in famiglia, all’interno delle mura domestiche, quelle stesse mura che dovrebbero proteggerci dal male e che invece si sono rivelate una condanna per Aldo Gioia e Antonietta Ficuciello.

I due fatti di cronaca sono quanto più distanti l’uno dall’altra. Aldo Gioia, 53 anni, è stato assassinato con 14 coltellate dal fidanzato della figlia Elena, Giovanni Limata. Antonietta Ficuciello, 83 anni, è stata soffocata con un cuscino dal marito, Gerardo Limongiello, che dopo l’omicidio si è recato a piedi dai Carabinieri per costituirsi.

La domanda che ci poniamo è: esiste un comune denominatore tra due vicende così diverse? Tra una ragazzina che arriva a ordire un piano malefico per sterminare la famiglia che non approva la relazione con il suo ragazzo, e un anziano che, dopo un tentativo fallito di suicidio, decide invece di liberarsi della moglie?

Difficile dirlo. Ciò che è certo è che in entrambi i casi i delitti si sono consumati nell’ambito familiare. Che i giovani e gli anziani sono i più colpiti dalla pandemia. Mentre la fragilità fisica aumenta con l’età, gli individui più giovani presentano una maggiore vulnerabilità sociale. In entrambi i casi, però, l’isolamento e la solitudine sono in grado di esercitare effetti drammatici in queste due fasce della popolazione.

Mancano valvole di sfogo, la normalità fatta di giornate dense di attività e di incontri è solo un lontano ricordo, e crescono l’esasperazione e l’ansia per una situazione che viviamo ormai da un anno e di cui non vediamo una fine. 

Le istituzioni si preoccupano di proteggere la salute fisica degli individui – come è giusto che sia – ma dimenticano che per stare bene occorre anche altro: relazioni, socialità, equilibrio psicologico, e spesso lasciano soli chi è più fragile, più esposto al rischio: i giovani e gli anziani. 

Tutti, a partire da chi ci governa, dobbiamo chiederci cosa possiamo fare per evitare queste tragedie. Dobbiamo fermarci un attimo e accorgerci del malessere di chi ci circonda, tendere una mano a chi è in solo, ascoltarlo e fornirgli gli strumenti per ritrovare un equilibrio interiore. Affinché non dobbiamo più piangere morti ammazzati e leggere lo sgomento e il senso di vuoto negli occhi di chi si è reso colpevole di quelle morti.